Anoressia nervosa

terapie_integrate_anoressiaL’astinenza da cibi è pratica religiosa antica quale esercizio spirituale perseguito fino anche alla morte, come fu per Santa Margherita d’Ungheria e Santa Caterina da Siena. La privazione del cibo era ed è purtroppo ancora adottata come punizione o tortura.
Diversamente il cibo è offerto in premio o in regalo o caratterizza eventi comunitari o familiari positivi e gioiosi quali il convivio dopo il matrimonio, la festa di compleanno, il pranzo natalizio, il cenone di fine anno. Lo stesso atto eucaristico nell’assunzione del corpo di Cristo, simbolizzato dall’ostia, costituisce per i credenti memoria di un dono.

Premesso ciò, si nota oggi, soprattutto in questa parte del mondo, che forme esili sono ambite dalle donne in un affanno a tratti ossessivo, in una dieta che non ha mai fine. Inoltre sono in aumento siti e blog che lodano la magrezza e arringano affinchè il digiuno venga assunto come stile di vita.
Questi comportamenti inducono a pensare che sembra spegnersi ogni facoltà critica in alcuni individui che rinunciano alla libertà per aggregarsi e confondersi in una identità diversa, anche se strana o eccessiva. Questa non è anoressia nervosa.

L’anoressia nervosa era ed è angoscia, solitudine, isolamento. E’ malattia non caratterizzata dalla mancanza di appetito, questo significa il termine, ma dal perseguire con caparbietà il rifiuto del cibo e l’estenuante controllo della fame. Tipicamente femminile, esordisce abitualmente nell’adolescenza o nella prima giovinezza . L’esordio è di regola ingannevole, la paziente giustifica la restrizione alimentare, a cui si sottopone, come desiderio di dimagrire, anche in assenza di una obiettiva necessità. L’evoluzione della malattia, condizionata dal bisogno di nascondere il rifiuto sempre più incalzante dei pasti, induce la paziente a liberarsi del cibo assunto per esempio procurandosi il vomito o prendendo lassativi. Un’attività fisica eccessiva è frequentemente riscontrabile, probabilmente questa distrae e rende più tollerabile il peso del vivere. Alcune pazienti a tratti realizzano abbuffate alimentari, ma subito attuano comportamenti compensatori (abuso di lassativi, vomito autoindotto, enteroclismi).
Sottovalutare o sminuire ritarda la diagnosi e rende più difficoltosa la cura e un valido recupero dal degrado fisico in un momento così delicato della crescita.

Non è dato sapere con certezza perchè tutto ciò veramente accade. Si può pensare, essendo il cibo fin dalla nascita carico di emozioni e valenze simboliche, che la paziente lo neghi perchè non più meritato, in una sorta di punizione autoinflitta (non sono amata, stimata, brava, bella, capace, considerata, desiderata,gratificata, …….).
La terapia è soprattutto psicoterapia attenta e costante. Quella farmacologica si attua in presenza di complicanze quali la depressione e le disfunzioni conseguenti alla denutrizione. Anche l’omeopatia omotossicologica e la nutrizione attiva possono bene supportare e non soltanto nella fase critica.
I genitori hanno un ruolo importante, aspetto da non trascurare. Ci sembra di poter affermare che un maggiore coinvolgimento del padre è auspicabile. E’, infatti, certezza condivisa quanto importante sia il padre, primo contatto maschile, in una crescita armoniosa della figlia bambina-ragazza-donna.